Il progressismo liberale è il male supremo del nuovo millennio. Una corsa perversa e priva di valori verso una modernità annichilente. L'unica salvezza è regredire.
Siamo sicuri di quali siano veramente le dittature? Siamo certi che nell’occidente si sia ancora liberi? Alcuni casi recentissimi provenienti dallo stato canaglia.
Il primo è la dichiarazione di Mark Cuban, riguardante il fatto che nelle partite casalinghe della sua squadra di football non verrà più eseguito l’inno nazionale americano.
Il secondo è il licenziamento fulmineo dell’attrice Gina Carano dal cast di The Mandalorian, forse una delle uniche serie in cui non avevano infilato propaganda progressista in ogni forma.
Partiamo dal licenziamento della Carano, avvenuto per aver postato su twitter il seguente messaggio:
“Jews were beaten in the streets, not by Nazi soldiers but by their neighbors…. even by children. Because history is edited, most people today don’t realize that to get to the point where Nazi soldiers could easily round up thousands of Jews, the government first made their own neighbors hate them simply for being Jews. How is that any different from hating someone for their political views?”
Ahi ahi ahi Gina. Hai osato nominare il popolo degli intoccabili e santissimi divini?
LODE A ISRAELE SIGNORE E PADRONE.
Non si fa. Sai che non si fa.
A prescindere dal paragone con i sostenitori di Trump che comunque non è proprio campato in aria, ha forse scritto delle inesattezze? Ha forse postato qualcosa che non è vero? Il nazismo non ha operato un profondo lavoro di accettazione sociale per la persecuzione ebraica, tanto che furono i cittadini stessi il braccio armato delle notte dei cristalli?
Ha fatto un ragionamento sacrosanto, inserito in tutta una serie di tweet, su come l’indottrinamento propagandistico serva non solo a far accettare determinate politiche, ma a rendere direttamente i cittadini parte attiva. Alla fine, coloro che dicono di combattere l’hate speech, in realtà stanno basando l’intera politica contemporanea su un odio viscerale e nichilista per l’avversario politico, che non è il repubblicano, badate bene, ma è quell’esponente del pensiero medio conservatore che ha visto in Trump il difensore della classe media.
Perchè il repubblicano tradizionale stile Liz Cheney viene addirittura idolatrato dai democratici belli e buoni.
In quest’ottica si inserisce la vicenda dell’inno nazionale, portata avanti dai soliti multimiliardari. Che non è altro che una semplice operazione di traslazione dell’odio verso l’entità nazione, verso lo stato come garante sociale.
In america è in atto un percorso volto a far odiare lo stato dai suoi cittadini. Da un parte il conservatore libertario medio lo odia per la questione fiscale, dall’altro il liberal classico lo odio come oppressore fascista.
Entrambi vengono manipolati per far si che il loro odio per lo stato sia totale e che il loro sguardo sia rivolto altrove, ossia alle elite private dei ceti abbienti, che promettono ricchi premi e cotillons ai loro seguaci, nella forma di diritti civili annichilenti ed effimera speranza di accettazione.
Allora fine lo stato federale americano verrà semplicemente ridotto ad un semplice forza di controllo, una sorta di gigantesca polizia burocratica che ti epura per il solo fatto di non essere allineato. Il che dovrebbe farvi capire quanto l’assenza di diritti sociali sia letale per l’uomo comune, sempre sotto ricatto di perdere il lavoro e il reddito solo per aver detto o scritto pensieri proibiti dalle elite, come è successo alla Carano, che almeno fortunatamente ha di che arrivare a fine mese.
Si potrebbe anche fare un bel discorso sul femminismo giusto che ovviamente si volta dall’altra parte mentre il mondo dei buoni riversa tonnellate di merda sulla Carano, con minacce, offese e ingiurie di ogni sorte, solo perchè non allineata. E forse perchè rappresenta un modello detestato dalle stesse femministe, cioè una VERA DONNA FORTE, ex campionessa di arti marziali miste, una persona con un proprio pensiero critico e una personale visione del mondo, una donna dall’identità forte e realmente indipendente. Il vero nemico del femminismo del nuovo millennio.
Ma per questa volta evitiamo.
Ah… perchè la vicenda della Carano è legata alle politiche di odio sociale create dalle elite liberiste? Forse perchè sono (((quelle))) elite? E comunque sempre meglio una sua foto che di Mark Cuban…
LODE A ISREALE.
Aggiungo sempre a quest’articolo per non crearne infiniti sullo stesso tema-
Leggevo un po’ di “opinionisti” vari della scena cinematografica riguardo il licenziamento della Carano. La motivazione più usata ed abusata a supporto di tale decisione è:
“qualcuno si è sentito offeso dalle sue parole”.
Qualcuno si è offeso, ragazzi.
Quindi mi state dicendo che essere offesi è… è… è un… diritto umano?
Che una persona può essere messa alla gogna per una frase che ha offeso qualcuno? È reato? Chiamo il tribunale dell’Aia?
Ma deve essere oggettivamente offeso, o basta l’offendersi anche per aver frainteso un concetto?
E vale come diritto umano per l’esportazione di democrazia?
Nel relativismo tipico dei questi nuovi concetti progressisti ovviamente ciò vale solo se si offende un determinato schieramento, mentre per provare che coloro che hanno idee conservatrici non sono realmente perseguitati si può tranquillamente attaccare in massa una donna, insultarla in tutte le maniere, farle perdere il lavoro, tentare di togliergli la libertà di pensiero e parola.
Si sta costruendo un mondo in cui chiunque può finire nel tritacarne sociale solo perchè qualcuno dall’alto dichiara di essersi offeso. Per fortuna siamo nel mondo libero.
Tanto finchè (((qualcuno))) non si offende va tutto bene.
Continuo a leggere questo assunto nei commenti ai vari articoli sulla magnificenza di Draghi, che fa comprende quanto il cittadino medio non sappia assolutamente un cazzo di quello che gli succede attorno:
“Eh eh Draghi ha fatto il “whatever it takes” che andava contro gli interessi della Germania. Eh eh l’ha fatto per l’Italia”.
È una stronzata che non sta ne in cielo ne in terra, propagandata da quei servi della stampa prezzolata.
Si la Merkel o Weidmann hanno fanno la scenetta di tirare un po’ il naso, ma chiunque sappia leggere tre righe di economia si rende conto delle stronzate che vengono raccontate.
Il “whatrever it takes” si è tradotto con la politica del quantitative easing.
Cosa fa il quantitative easing?
Il QE compra i titoli di stato DAL MERCATO SECONDARIO.
Non li compra direttamente dal tesoro dei paesi EU, LI COMPRA DALLE BANCHE.
LI COMPRA DALLE CAZZO DI BANCHE.
Il QE, se non sparo cazzate anch’io, ormai si aggira attorno ai 6 mila miliardi di euro stampati con un click per comprare titoli dalle banche, per mettere soldi dentro ai conti delle banche. Non li da in mano agli stati per fare spesa pubblica, se li fottono le banche.
Qualcuno per caso ha visto gli effetti economici di 6 mila miliardi di euro immessi nell’economia?
No, vero?
Così facendo si nutrono le voragini dei bilanci della banche, TIPO QUELLE TEDESCHE GUARDA IL CASO, che in più speculano rivendendo alla BCE titoli riprezzati da cui prendono gli interessi dal tesoro (doppio guadagno), e si mantengono i tassi di interesse a livelli prestabiliti e fuori mercato, COME QUELLI TEDESCHI CHE SONO SEMPRE NEGATIVI ANCHE SE LE ASTE FANNO IL 50% DI INVENDUTO.
Chissà come mai succede…
Per fortuna Draghi ha fatto una misura che andava contro gli interessi della Germania… altrimenti che faceva? Dichiarava l’Italia 17° land tedesco?
Nella primavera 2019 scrivevo che Salvini avrebbe fatto cadere il governo prima delle elezioni regionali, vi avevo detto che avrebbero fatto una normalizzazione sul tema economico prima, e alla fine anche sul tema immigrazione.
Aveva anche detto che ci avrebbero calato Draghi dall’altro prima di fine anno. Lo ammetto… non ho calcolato la sceneggiata pandemica e il Conte bis. Pardon.
In ogni caso ecco a voi le giravolte ultra-tecniche di Salvini da vero professionista della corsa acrobatica verso il liberismo più spietato.
Oggi sono sbarcati 400 e rotti clandestini, in gran parte positivi al Covid, ma tanto Salvini è da settimane che non fa più post sull’immigrazione, scrive di cani, dell’esselunga di Firenze e che la lega rappresenta l’Italia produttiva, cribbio!
Sta facendo il più bieco riposizionamento possibile immaginabile: LA RIVOLUZIONE LIBERALE.
Ringraziamo sempre i grandi saggi del voto utile.
Non voglio bullarmi che io so, che vedo le cose in anticipo e gli altri non capiscono, ma sarebbe veramente semplice capire un sacco di cose se si ricorda un po’ il passato recente e si smette di pensare nella solita fastidiosa meccanica dell’alternanza.
Ricordarsi chi comanda il paese, cioè chi ha 60 basi, 15 mila soldati, e 70 testate atomiche, aiuta sempre ad avere un quadro d’insieme. Alla fine questo conta sempre più di tutto il resto: chi comanda il mondo?
USA, Inghilterra, Francia, Cina, Russia… Tutte potenze nucleari.
La Germania è solo un vassallo europeo, ma alla fine dal punto di vista geopolitico non conta mai un cazzo.
In questo maniera per esempio si inquadra senza problemi la mossa di Renzi di far cadere il governo. Tutti che si chiedono perchè Renzi ha fatto questo… Tutti sorpresi… Ma chissà come mai!
Chi era il miglior amico dell’amministrazione Obama?
Renzi.
E chi è che ha fatto cadere il governo italiano appena insediato Biden?
Renzi.
La caduta del Conte bis è stata semplicemente una tirata d’orecchi del padrone atlantico, nulla di più. Hanno tergiversato un po’ hanno visto se Conte poteva essere un buon servo, ma alla fine è stato liquidato, per mettere l’alfiere dell’alta finanza ben supportato dai soliti sgherri. Come è arrivato l’ordine tutti si sono pronati a baciare i piedi del padrone, come deciso da via Vittorio Veneto.
Lega compresa.
I migranti? Applichiamo le leggi europee!!!
Cioè il trattato di Dublino che ci obbliga a tenerci chiunque sbarchi qui?
Aaaah le grandi giustificazioni all’abominio rettile…
“Eh eh Mattarella non ci fa andare al voto, allora meglio governare per controllare eh eh. Se Matterella non ci fa votare che fai?!?!?”.
Mah… io ricordavo che per governare occorre la fiducia di entrambi i rami del parlamento.
Se il centrodestra e i grillini non votano la fiducia, Draghi non ha la maggioranza. Mattarella può provare con un altro incaricato, ma se neanche questo ottiene la fiducia cosa tenta?
La follia del governo di minoranza? Che non può approvare nulla, solo decreti fini a se stessi, così scadranno il blocco dei licenziamenti, gli ammortizzatori sociali, ecc ecc…
In due settimane ci sarebbe la guerra civile.
Per non avere questa merda di governo basta semplicemente che le forze politiche non votino la fiducia.
È veramente facile, non sembra un impresa o titanica e folle.
Ah già, ma col taglio dei parlamentari 400 persone circa rimarrebbero a casa.
Molto meglio altri due anni di soldi facili, viltà, disonore, tradimento di ogni valore, genuflessioni e inchini vari.
Meglio chini al sistema, diventare il sistema, essere i mercenari del liberismo, che avere un briciolo di dignità politica.
Se c’era una cosa che non mi sarei aspettato è vedere il leghista medio trasformarsi nel grillino più spinto.
Non nel senso che diventa un elettore del M5S, ma che è diventato un fanboy, un seguace di una setta, un idolatra.
Veder difendere la posizione INDIFENDIBILE su Draghi, degli economisti no euro all’interno della Lega, è imbarazzante, nonchè a mio avviso spregevole.
Non si chiede chissà che ai vari Borghi, Bagnai, Zanni, Donato, ecc.
Si chiede il minimo sindacale, cioè almeno a parole dichiarare che Draghi rappresenta un determinato mondo delle elite europee e che loro non condividono questa scelta. Invece sento “fuoriclasse”, paragoni con CR7, e altre leccate di culo in cui manco Cottarelli si è mai esibito.
Ditemi, sto chiedendo troppo? Sto esagerando? È un atto così estremo? Spariglia completamente la mirabolante strateggggggggia che ci farà uscire dall’euro fra due o tre secoli?
Ma come cazzo fate a ragionare così? Come potete difendere il tradimento più grande ai propri valori di questi soggetti?
Vorrei potermi vantare di averlo detto, di aver spiegato che la Lega è il contenitore del dissenso ideologico, che ha cancellato 10 anni di dibattito sulla moneta unica, ma tanto a cosa serve spiegare queste cose anche col senno di poi? Tanto semplicemente decidete di ignorarle, o modificare la realtà per adeguarla ai vostri desideri.
E ve lo dice il mona che all’alba del governo gialloverde aveva pure preso le parti di B&B sul cambio di dialettica, difendendoli dagli attacchi di Mori per esempio, dando il beneficio del dubbio.
Però Mori alla fine aveva ragione, e nonostante tutti i suoi difetti (tipo stare adesso in un partito con alla guida un massone esplicitamente dichiarato), bisogna dargli atto che la sua visione drastica sugli economisti che approdavano alla Lega era quella giusta.
Fino a ieri avevo ancora un mezzo rispetto per Borghi che alla fine è sempre stato abbastanza dritto per dritto, ma dopo il video di ieri, non posso che arrendermi all’evidenza. La svendita è completa.
Siamo nel 2021. Un’incredibile tragedia sta per abbattersi sul paese. Il governo Draghi è alle porte.
Ma per fortuna la Lega ha dalla sua una brillante strategggggia.
Scegliendo i migliori tra i suoi economisti no euro, Salvini crea un equipaggio di uomini fidati capitanati da Borghi e Bagnai, che a bordo di un sottomarino sovietico regalato dal dittatore Putin, vengono miniaturizzati alla dimensione di pochi nanometri.
Alla prima riunione dei ministri, tramite una cerbottana amatoriale fatta con una penna bic presa dalla cancelleria del tesoro, Borghezio riesce ad iniettare la squadra di economisti no euro all’interno del sistema sanguigno di Mario Draghi, sperando che riescano nella loro pericolosissima missione: CAMBIARE DRAGHI DALL’INTERNO.
Riusciranno i nostri eroi a sopravvivere alle insidie che li aspettano, come i potentissimi anticorpi al sovranismo?
Scopritelo prossimamente nei migliori cinema a luci rossi della vostra città.
P.S.: “Con il doppiaggio analogico!” (cit.)
Un vero economista “no euro” dovrebbe scendere in piazza nudo con la cravatta legata in testa brandendo una mazza chiodata al solo sentire nominare quel nome rettile.
Per il principe dell’uscita dall’euro invece si può ascoltare quello che ha da dire, cioè è sottomissione totale.
Mi permetto di riportare una serie di articoli e riflessioni già esposte da altri sulla “nascita” di certe politiche e di certi soggetti.
Cioè la famigerata Crociera sul Britannia in cui si decise come porzionare il cadavere della 4° potenza economica mondiale, dopo il colpo di stato fatale di Mani Puliti.
Estate ‘92: la crociera sul Britannia voluta da sua maestà che privatizzò l’Italia…
Il 2 giugno 1992 sul panfilo della regina Elisabetta, Royal Yacht “Britannia”, fu deciso di avviare la privatizzazione d’Italia
Il 2 giugno 1992 l’ultima estate della Prima Repubblica non era ancora iniziata. Il panfilo della regina Elisabetta, Royal Yacht “Britannia”, era all’ancora nel porto di Civitavecchia, in attesa di imbarcare ospiti importanti per una minicrociera verso l’isola del Giglio. Ci sarebbero stati manicaretti per pranzo, gamberetti e costolette d’agnello preparati da chef d’eccezione. Ci sarebbe stato un po’ di spettacolo, con i parà inglesi che si lanciavano dagli aerei decollati da un incrociatore. Ci sarebbe stata musica d’epoca, rigorosamente anni ‘ 30. Ci sarebbero stati soprattutto discorsi destinati a cambiare la storia d’Italia. Su quel panfilo, in quella giornata di sole e mare, fu deciso di avviare la privatizzazione d’Italia.
Gli anfitrioni della Union Jack erano definitivi, invisibles, invisibili, non perché si trattasse di una losca setta in stile feuilleton ottocentesco ma perché così si chiamano nel Regno Unito quelli che si occupano di transizioni immateriali, dunque soprattutto di finanza: finanzieri e banchieri. Gli ospiti erano l’alto comando dell’economia di Stato italiana: il presidente di Bankitalia Ciampi e l’onnipresente Beniamino Andreatta, i due artefici del “divorzio” tra Bankitalia e Tesoro all’inizio degli anni ‘ 80, c’erano i vertici di Eni, Iri, Comit, Ina, le aziende di Stato e lepartecipate al gran completo. C’era, a introdurre il consesso, il direttore generale del Tesoro Mario Draghi. Fu lui a tenere la relazione introduttiva sui costi e i vantaggi delle privatizzazioni. Dicono che dalle sue parole trapelasse un certo scetticismo e forse è vero. Di certo, terminata la prolusione, sbarcò senza proseguire alla volta del Giglio. Ma non c’era scetticismo che tenesse. L’operazione avviata in quella mezza giornata sul mare era in realtà già stata decisa e non solo perché quella era allo-ra, dopo la rivoluzione thatcherian- reaganiana, il dogma economico dal quale si erano lasciati ipnotizzare tutti, la sinistra “di governo” non meno della destra. Anche e soprattutto perché quella gigantesca dismissione era condizione imprescindibile per entrare nella nascente moneta unica. Ce lo chiedeva l’Europa. Chiedeva parecchio: lo Stato controllava treni, aerei e autostrade per intero, idem per acqua, elettricità e gas, l’ 80% del sistema bancario, l’intera telefonia, la Rai, porzioni consistenti della siderurgia e della chimica. I settori di partecipazione erano praterie sconfinate: assicurazioni, meccanica ed elettromeccanica, settore alimentare, impiantistica, fibre, vetro, pubblicità, supermercati, alberghi, agenzie di viaggio. Impiegava il 16% della forza lavoro nel Paese.
Vendere, o svendere, quel patrimonio, secondo i dettati della teoria economica imperante avrebbe raggiunto tre risultati: ridurre il debito pubblico che ammontava allora a 795 mld di euro, rendere più efficienti e competitivi i settori in via di privatizzazione, aumentare l’occupazione. In quell’inverno del 1992, mentre tangentopoli colpiva durissimo e si attendeva un referendum che tutti sapevano avrebbe siglato il Game Over per la prima Repubblica, nei corridoi di Montecitorio non si sentiva parlare che di “privatizzazioni” e “cartolarizzazioni”. Era la panacea, il sospirato miracolo, la bacchetta magica.
Si partì nel luglio 1993, con la vendita, o svendita, della prima tranche del gruppo SME, controllato dall’Iri. L’onore di aprire la strada toccò ai surgelati e ai dolci: Motta, Alemagna, Surgela più varie e molte eventuali. Se li aggiudicò la svizzera Nestlè.
Il breve governo Berlusconi, nel 1994, implicò una frenata che si prolungò fino al 1996: poi, con i governi Prodi e D’Alema, le dismissioni presero la ricorsa. Il gruppo IRI fu smembrato e messo in vendita: il ricavo immediato fu di 30 mld di vecchie lire, lievitati poi sino a 56mila e passa. Una cordata capitanata dagli Agnelli si aggiudicò Telecom. Ciampi, allora ministro del Tesoro, spiegò che serviva a impedire che Fiat vendesse all’americana General Motors. D’Alema, arrivato al governo alla fine del 1998 patrocinò il cedimento di Autostrade a Benetton, introducendo una delle principali specificità delle privatizzazioni all’italiana: la vendita allo stesso soggetto sia del servizio che delle infrastrutture, le autostrade e i caselli, Telecom e i cavi sui quali viaggia il segnale.
La dismissione è proseguita per una ventina d’anni, passando per le banche, quote di Enel ed Eni, il disastro di Alitalia. L’incasso è stato cospicuo: 127 mld di euro, una decina ricavata solo dalla vendita di immobili. Sarebbe un record se non ci fosse l’inarrivabile Regno Unito thatcheriano e post- thatcheriano che è andato persino oltre. Il bilancio però è fallimentare, almeno se si tiene conto degli sbandierati obiettivi iniziali. Il debito pubblico non è stato risanato: si è triplicato. Il rilancio dell’occupazione ha proceduto all’indietro, con un milione di posti di lavoro circa persi. Il miraggio di creare “colossi italiani” è rimasto un miraggio beffardo.
Il principale vantaggio promesso ai consumatori, l’abbassamento dei prezzi conseguente alla competività delle aziende private sul mercato, è stato rapidamente affondato dalla tendenza delle aziende stesse ad accordarsi ricreando di fatto condizioni di monopolio, solo a condizioni più esose. E’ vero che spesso gli utili delle aziende privatizzate sono cresciuti e spesso di parecchio. Però, come segnalava nel 2010 la Corte dei Conti, in una valutazione complessiva del ventennio delle privatizzazioni, non per il miglioramento dei servizi e la loro conseguente maggior appetibilità: solo per l’aumento delle tariffe.
Se sia oggi il caso di tornare a nazionalizzare è oggetto di disfide nelle quali è difficile, per chi non abbia le necessarie competenze tecniche, decidere dove siano le ragioni e dove i torti. Però ammettere che le privatizzazioni italiane sono state un fallimento sarebbe quanto meno onesto.
In questa seconda metà di gennaio 2020 è venuta fuori sul Fatto Quotidiano la pubblicazione – a quasi trent’anni di distanza – del discorso di Mario Draghi nella famosa crociera sul panfilo Britannia, nel 1992, dove si decise la privatizzazione (o meglio, il saccheggio) dell’immenso apparato produttivo e finanziario dello Stato italiano.
Questo evento fa sospettare che mani oscure stiano manovrando la vita politica italiana. Del resto è chiaro ed evidente che qualcuno (i servizi? Parte dei servizi? Servizi stranieri?) stia tentando di sbarrare la strada ad una eventuale ascesa di Draghi a Palazzo Chigi se non addirittura al Quirinale.
Entrando nel merito del discorso tenuto nella sempre negata crociera, si tratta di un documento dall’eccezionale valore storico e politico. Attesta – anche senza voler dare un’interpretazione maligna delle parole di Draghi – lo spirito dei tempi segnati dall’errata convinzione delle virtù taumaturgiche del mercato. La privatizzazione avrebbe – secondo Draghi – portato maggior efficienza e maggior crescita e maggiori profitti rispetto a quanto avrebbero fatto i tanto vituperati boiardi di Stato.
Così erano chiamati all’epoca i manager pubblici dai corifei del libero mercato, in particolare l’ultraliberista Scalfari che con una incredibile operazione di mimetizzazione si spacciava per uomo di sinistra. Dunque in definitiva avrebbero aiutato a risolvere l’annoso problema dell’alto debito pubblico in rapporto al PIL.
Arrivarono inefficenza, mancati investimenti, mancata innovazione, spregiudicate operazioni di pirateria finanziaria e infine licenziamenti e chiusure di stabilimenti produttivi fino al completo spappolamento di quell’eccezionale apparato produttivo.
Un danno incalcolabile che ha distrutto una nazione. Un danno, ora lo si sa con certezza, deciso in una scellerata crociera al largo delle coste italiane su una nave battente bandiera britannica e dunque sotto giurisdizione britannica. Una crociera tenutasi il 2 Giugno del 1992 nei giorni convulsi della strage di Capaci nella quale morì il giudice Giovanni Falcone. E anche questo riferimento temporale chiarisce come mani oscure tessevano trame mentre un’intera classe politica veniva portata in carcere in manette e mentre i competenti in procinto di entrare al potere agitavano cappi in Parlamento.
Una crociera prima negata additando come paranoici complottisti coloro che ne parlavano e poi disvelata dal Presidente Cossiga in TV e da quel punto derubricata a banale cocktail tra amici. Ora, a quasi trenta anni la prova inoppugnabile che non si trattò di una scampagnata a spese della Corona Britannica, ma di un vero e proprio atto eversivo ai danni del popolo italiano.
Pur è vero, chi tira le prove fuori ora, lo fa per inquinare e per manipolare il corso della vita politica italiana e probabilmente non è migliore di chi tesseva le trame in quell’epoca. Ma con quella storia – la nostra Storia – dobbiamo farci i conti. Draghi (il “vile affarista” di cossighiana memoria) sarà anche un grande tecnico dell’economia ed un mago dei tassi d’interesse, ma deve spiegare. Non sui giornali ma in tribunale. Possibilmente dopo che il Parlamento avrà allargato la platea delle persone accusabili di Alto Tradimento.
Il testo del discorso tenuto da Mario Draghi sul panfilo Britannia nel giugno del 1992:
«Signore e signori, cari amici, desidero anzitutto congratularmi con l’Ambasciata Britannica e gli Invisibili Britannici per la loro superba ospitalità. Tenere questo incontro su questa nave è di per sé un esempio di privatizzazione di un fantastico bene pubblico.
Durante gli ultimi quindici mesi, molto è stato detto sulla privatizzazione dell’economia italiana. Alcuni progressi sono stati fatti, nel promuovere la vendita di alcune banche possedute dallo Stato ad altre istituzioni cripto-pubbliche, e per questo la maggior parte del merito va a Guido Carli, Ministro del Tesoro. Ma, per quanto riguarda le vendite reali delle maggiori aziende pubbliche al settore privato, è stato fatto poco.
Non deve sorprendere, perché un’ampia privatizzazione è una grande – direi straordinaria – decisione politica, che scuote le fondamenta dell’ordine socio-economico, riscrive confini tra pubblico e privato che non sono stati messi in discussione per quasi cinquant’anni, induce un ampio processo di deregolamentazione, indebolisce un sistema economico in cui i sussidi alle famiglie e alle imprese hanno ancora un ruolo importante. In altre parole, la decisione sulla privatizzazione è un’importante decisione politica che va oltre le decisioni sui singoli enti da privatizzare. Pertanto, può essere presa solo da un esecutivo che ha ricevuto un mandato preciso e stabile.
Altri oratori parleranno dello stato dell’arte in quest’area: dove siamo ora da un punto di vista normativo, e quali possono essere i prossimi passaggi. Una breve panoramica della visione del Tesoro sui principali effetti delle privatizzazioni può aiutare a comunicare la nostra strategia nei prossimi mesi.
PRIMO: privatizzazioni e bilancio.
La privatizzazione è stata originariamente introdotta come un modo per ridurre il deficit di bilancio. Più tardi abbiamo compreso, e l’abbiamo scritto nel nostro ultimo rapporto quadrimestrale, che la privatizzazione non può essere vista come sostituto del consolidamento fiscale, esattamente come una vendita di asset per un’impresa privata non può essere vista come un modo per ridurre le perdite annuali. Gli incassi delle privatizzazioni dovrebbero andare alla riduzione del debito, non alla riduzione del deficit.
Quando un governo vende un asset profittevole, perde tutti i dividendi futuri, ma può ridurre il suo debito complessivo e il servizio del debito. Quindi, la privatizzazione cambia il profilo temporale degli attivi e dei passivi, ma non può essere presentata come una riduzione del deficit, solo come il suo finanziamento. (Questo fatto, nella visione del Tesoro, ha alcune implicazioni che vedremo in un secondo momento).
Le conseguenze politiche di questa visione sono due. Dal punto di vista della finanza pubblica, il consolidamento fiscale da mettere a bilancio per l’anno 1993 e i successivi non dovrebbe includere direttamente nessun ricavo dalle privatizzazioni. Nel contempo, dovremmo avviare un piano di riduzione del debito con gli incassi dalle privatizzazioni. Ciò implicherà più enfasi del Tesoro sulle implicazioni economiche complessive delle privatizzazioni e sull’obiettivo ultimo di ricostruire gli incentivi per il settore privato.
SECONDO: privatizzazioni e mercati finanziari.
La privatizzazione implica un cambiamento nella composizione della ricchezza finanziaria privata dal debito pubblico alle azioni.
L’effetto di riduzione del debito pubblico può implicare una discesa dei tassi di interesse. Ma l’impatto sui mercati finanziari può essere molto più importante, quando vediamo che la quantità di ricchezza privata in forma di azioni è piccola in relazione alla ricchezza privata totale e che con le privatizzazioni può aumentare in modo significativo.
In altre parole, i mercati finanziari italiani sono piccoli perché sono istituzionalmente piccoli, ma anche perché – forse in modo connesso – gli investitori italiani vogliono che siano piccoli. Le privatizzazioni porteranno molte nuove azioni in questi mercati. L’implicazione politica è che dovremmo vedere le privatizzazioni come un’opportunità per approvare leggi e generare cambiamenti istituzionali per potenziare l’efficienza e le dimensioni dei nostri mercati finanziari.
TERZO: privatizzazioni e crescita.
(In molti casi) vediamo le privatizzazioni come uno strumento per aumentare la crescita. Nella maggior parte dei casi la privatizzazione porterà a un aumento della produttività, con una gestione migliore o più indipendente, e a una struttura più competitiva del mercato.
La privatizzazione quindi potrebbe parzialmente compensare i possibili – ma non certi – effetti di breve termine di contrazione fiscale necessaria per un bilancio più equilibrato. In alcuni casi, per trarre beneficio dai vantaggi di un aumento della concorrenza derivante dalla privatizzazione, potrebbe essere necessaria un’ampia deregolamentazione. Questo processo, se da una parte diminuisce le inefficienze e le rendite delle imprese pubbliche, dall’altra parte indebolisce la capacità del governo di perseguire alcuni obiettivi non di mercato, come la riduzione della disoccupazione e la promozione dello sviluppo regionale.
Tuttavia, consideriamo questo processo – privatizzazione accompagnata da deregolamentazione – inevitabileperché innescato dall’aumento dell’integrazione europea. L’Italia può promuoverlo da sé, oppure essere obbligata dalla legislazione europea. Noi preferiamo la prima strada.
Le implicazioni di policy sono che:
a) un grande rilievo verrà dato all’analisi della struttura industriale che emergerà dopo le privatizzazioni, e soprattutto a capire se assicurino prezzi più bassi e una migliore qualità dei servizi prodotti;
b) nei casi rilevanti la deregolamentazione dovrà accompagnare la decisione di privatizzare, e un’attenzione speciale sarà data ai requisiti delle norme comunitarie;
c) dovranno essere trovati mezzi alternativi per perseguire obiettivi non di mercato, quando saranno considerati essenziali.
QUARTO: privatizzazioni e depoliticizzazione.
Un ultimo aspetto attraente della privatizzazione è che è percepita come uno strumento per limitare l’interferenza politica nella gestione quotidiana delle aziende pubbliche. Questo è certamente vero e sbarazzarsi di questo fenomeno è un obiettivo lodevole.
Tuttavia, dobbiamo essere certi che dopo le privatizzazioni non affronteremo lo stesso problema, col proprietario privato che interferisce nella gestione ordinaria dell’impresa. Qui l’implicazione politica immediata è l’esigenza di accompagnare la privatizzazione con una legislazione in grado di proteggere gli azionisti di minoranza e di tracciare linee chiare di separazione tra gli azionisti di controllo e il management, tra decisioni societarie ordinarie e straordinarie.
A cosa dobbiamo fare attenzione, per valutare la forza del mandato politico di un governo che voglia veramente privatizzare? Primo, occorre una chiara decisione politica su quello che deve essere considerato un settore strategico. Non importa quanto questo concetto possa essere sfuggente, è comunque il prerequisito per muoversi senza incertezze.
Secondo, visto che non c’è una Thatcher alle viste in Italia, dobbiamo considerare un insieme di disposizioni sui possibili effetti delle privatizzazioni sulla disoccupazione (se essa dovesse aumentare come effetto della ricerca dell’efficienza), sulla possibile concentrazione di mercato, e sulla discriminazione dei prezzi (quest’ultima in particolare per la privatizzazione delle utility).
Terzo, occorre superare i problemi normativi. Un esempio importante: le banche, che secondo la legislazione antitrust (l. 287/91) non possono essere acquisite da imprese industriali, ma solo da altre banche, da istituzioni finanziarie non bancarie (Sim, fondi pensione, fondi comuni di investimento, imprese finanziarie), da compagnie assicurative e da individui che non siano imprenditori professionisti. In pratica, siccome in Italia non ci sono virtualmente grandi banche private, gli unici possibili acquirenti tra gli investitori domestici sono le assicurazioni o i singoli individui. Una limitazione molto stringente.
In ordine logico, non necessariamente temporale, tutti questi passaggi dovrebbero avvenire prima del collocamento.
In quel momento, affronteremo la sfida più importante: considerando che una vasta parte delle azioni sarà offerta, almeno inizialmente, agli investitori domestici, come facciamo spazio per questi asset nei loro portafogli? Qui giunge in tutta la sua importanza la necessità che le privatizzazioni siano a complemento di un piano credibile di riduzione del deficit, soprattutto per ridurre la creazione di debito pubblico.
Solo se abbiamo successo nel compito di ridurre “continuamente e sostanziosamente” il nostro rapporto tra debito e PIL, come richiesto dal Trattato di Maastricht, troveremo spazio nei portafogli degli investitori. Allo stesso tempo, l’assorbimento di queste nuove azioni può essere accelerato dall’aumento dell’efficienza del nostro mercato azionario e dall’allargamento dello spettro degli intermediari finanziari. Qui il pensiero va subito alla creazione di fondi pensione ma, di nuovo, i fondi pensione sono alimentati dal risparmio privato che da ultimo deve essere accompagnato dal sistema di sicurezza sociale nazionale verso i fondi pensione.
Ma un ammanco dei contributi di sicurezza sociale allo schema nazionale implicherebbe di per sé un deficit più elevato. Questo ci porta a una conclusione di policy sui fondi pensione: possono essere creati su una base veramente ampia solo se il sistema nazionale di sicurezza sociale è riformato nella direzione di un sistema meglio finanziato o più equilibrato rispetto a quello odierno.
Questa presentazione non era fatta per rispondere alla domanda su quanto possa essere veloce il processo di privatizzazioni – non è il momento giusto per affrontare il tema. L’obiettivo era fornirvi una lista delle cose da considerare per valutare la solidità del processo.
La conclusione generale è che la privatizzazione è una delle poche riforme nella vita di un Paese che ha assolutamente bisogno del contesto macroeconomico giusto per avere successo. Lasciatemi sottolineare ancora che non dobbiamo fare prima le principali riforme e poi le privatizzazioni. Dovremmo realizzarle insieme. Di certo, non possiamo avere le privatizzazioni senza una politica fiscale credibile, che – ne siamo certi – sarà parte di ogni futuro programma di governo, perché l’aderenza al Trattato di Maastricht sarà parte di ogni programma di governo.
Lasciatemi concludere spiegando, nella visione del Tesoro, la principale ragione tecnica – possono esserci altre ragioni, legate alla visione personale dell’oratore, che vi risparmio – per cui questo processo decollerà. La ragione è questa: i mercati vedono le privatizzazioni in Italia come la cartina di tornasole della dipendenza del nostro governo dai mercati stessi, dal loro buon funzionamento come principale strada per riportare la crescita.
Poiché le privatizzazioni sono così cruciali nello sforzo riformatore del Paese, i mercati le vedono come il test di credibilità del nostro sforzo di consolidamento fiscale. E i mercati sono pronti a ricompensare l’Italia, come hanno fatto in altre occasioni, per l’ìazione in questa direzione. I benefici indiretti delle privatizzazioni, in termini di accresciuta credibilità delle nostre politiche, sono secondo noi così significativi da giocare un ruolo fondamentale nel ridurre in modo considerevole il costo dell’aggiustamento fiscale che ci attende nei prossimi cinque anni».
Nicholas Georgescu-Roegen, economista, matematico e statistico rumeno, teorizzatore della decrescita economica, nel 1971 pubblicò, secondo il sottoscritto, uno dei più importanti testi economici della storia moderna, The Entropy Law and the Economic Process
In questo libro Georgescu-Roegen teorizza e dimostra matematicamente come l’economia, ugualmente ad ogni altro fenomeno, sottostà alle leggi della termodinamica ed è regolata anch’essa dalla grandezza fisica chiamata entropia.
Volgarmente l’entropia è definita come il disordine della materia, ma specificatamente nella termodinamica, essa rappresenta l’equilibrio termodinamico di un sistema, quantificando l’indisponibilità del sistema a produrre lavoro.
L’entropia di un sistema chiuso non può mai diminuire, può solo aumentare o in casi limite rimanere costante. Volgarmente un sistema chiuso non si può ordinare da solo in assenza di lavoro, cioè di una forza o energia che agisca dall’esterno.
Senza star qui a parlare di fisica classica per venti pagine, tagliamo andiamo al succo economico del discorso.
Georgescu-Roegen innanzi tutto faceva una critica all’interpretazione classica/neo-classica liberale perchè paragonandola ad un sistema meccanico, essa rendeva la società un sistema non solo chiuso, ma circolare. Per Georgescu-Roegen il problema stava principalmente nel fatto che tutte queste teorie economiche non considerano il fatto che alla fin fine tutto è funzione della disponibilità delle risorse disponibili per il sistema produttivo. Tutti queste risorse sono inevitabilmente consumate dall’uomo nel processo economico e produttivo, rendendole quindi sempre più rare e meno riutilizzabili.
Per questo Georgescu-Roegen è considerato anche il “padre” della bioeconomia (in funzione delle risorse naturali), che badate bene non è da confondere con la feccia ecologista odierna. L’approccio del matematico rumeno alla risorse era molto più pragmatico.
Ossia esso descrive il problema dal punto di vista nettamente fisico: ogni materia prima entra nel processo produttivo con un’entropia molto bassa, e viene immessa nell’economia con un entropia molto alta (in parallelo descrive anche come l’equilibrio entropico e la necessità di approvvigionamento delle materie prime rende quindi impossibile la fine del conflitto sociale e la lotta di classe).
OSSIA CON UN COSTO MOLTO ELEVATO.
Arriviamo dunque alla chiave di lettura più importante della sua teoria economica, ossia la critica alla “stato stazionario”. Che è esattamente la base dell’economia liberista e delle deviazioni ideologiche nate post scuola di Francoforte.
Per Georgescu-Roegen questa visione economica considera la società come un bene “finito”, con quantità prefissate ed immutabili, di ricchezza, popolazione, e risorse naturali. Uno stato dove l’economia è cristallizzata e mantenuta sempre in equilibrio, dove l’entropia del sistema resta in ordine e riequilibra da solo i suoi scostamenti.
Sappiamo però dalla fisica che equilibrare l’entropia, cioè diminuirla, è impossibile, senza l’intervento di forza lavoro, definita da Schrodinger in questo ambito come Sintropia, ossia entropia negativa.
Quindi il sistema neoliberale/liberista dello stato stazionario si ritrova a voler rimanere in equilibrio dovendo sfruttare forza lavoro, che per non spostare ulteriormente l’equilibrio del sistema stesso (perchè il processo produttivo del lavoro produce entropia) deve avere un costo basso.
Qual è la unità di misura del costo nei sistemi economici?
LA VALUTA.
Se l’entropia, il costo del sistema economico aumenta, aumentano i prezzi e quindi aumenta l’inflazione.
E come ormai spero sia arcinoto, l’inflazione fa male ai ricchi, perchè se il valore delle merci aumenta, si svalutano i capitali liquidi.
È qui che scatta la deviazione degli stati stazionari, cioè degli stati liberisti ove l’economia di stato è pensata come un’azienda. Onde evitare che le elité e i ricchi perdano la loro ricchezza fatta di capitali liquidi occorre che non vi sia inflazione, ossia che la valuta non si svaluti.
Questa è la perversione della valuta, che non è più uno strumento di scambio per quantificare il valore di un bene, ma diventa esso stesso un bene, un bene che diventa uno stock prefissato dal valore deciso a priori. Da qui qui l’impostazione liberista di vietare agli stati di emettere valuta privatizzando le banche centrali e dando in pasto le economia ai mercati finanziari.
Ma in un sistema chiuso, come si può impedire tutto ciò, che è fisicamente aumento di entropia?
Facendo si che la sintropia costi sempre meno, ossia con la svalutazione del lavoro.
Questa è l’applicazione plastica delle teorie economiche di Georgescu-Roegen, per leggere l’attuale situazione delle società occidentali.
Sistemi in cui per impedire la svalutazione della valuta attraverso l’inflazione, si decide di svalutare il lavoro, i consumi, e la domanda interna, facendo si che l’entropia del sistema si scarichi sulle fasce meno abbienti della popolazione, mantenendo il sistema in equilibrio. Ovviamente a favore delle classi dominanti.
Il fatto che Georgescu-Roegen non sia mai stato tradotto in Italiano, mai discusso sostanzialmente dai nostri economisti prezzolati, che ce ne fu nascosto il dibattito, fa capire quanto la nostra sottomissione ai dogmi liberisti atlantici sia totale.
P.S.: L’altro fatto, ossia che i critici di Georgescu-Roegen siano Stiglitz, Solow e (((altri economisti mainstream))), gli da automaticamente ragione a priori.
Prendendo anche spunto dalle questioni recenti, specialmente in salsa elezioni americane, trovo ormai difficoltà ad abbinare determinate parole con il loro teorico significato originale.
Innanzi tutto occorre comprendere qual è il momento storico in cui siamo inseriti. A mio modesto parere, all’interno dei paesi occidentali abbiamo chiuso da un pezzo la parentesi delle cosiddette social-democrazie (termine che comunque trovo controverso), quelle che hanno reso prosperi i paesi negli anni ’80, e con la caduta del muro di Berlino abbiamo iniziato il viaggio verso l’era dominata da ciò che chiamiamo liberismo/neo liberismo/ultra liberismo.
Se cerchiamo la definizione di “liberismo”, troviamo solitamente questo assunto:
“Il liberismo (chiamato anche liberalismo economico, liberismo economico o libertà di mercato) è un sistema economico nel quale lo Stato si limita ad assicurare funzioni pubbliche che non possono essere soddisfatte per iniziativa individuale e a garantire, con norme giuridiche, la libertà economica ed il libero scambio, ad offrire beni che non sarebbero prodotti a condizioni di mercato per assenza di incentivi.”
Questo definizione economica forse ora si addice di più al termine libertarismo, al volgare laissez-faire, in cui lo stato è uno spettatore super partes dell’economia, un arbitro che lascia correre, che permette all’economia di regolarsi da sola.
Sfortunatamente questa è una sorta di versione idilliaca della società, che di fatto non può esistere. Una società senza regole degrada nell’anarchia della legge del più forte, ed è qui che nasce quello che oggi definiamo liberismo.
Dato che non sono particolarmente bravo a creare neologismi, continuerò ad usare il termine liberismo, visto che ormai è diffuso nel dibattito odierno, ma cercherò da darne una nuova definizione, quella che è la MIA PERSONALE visione dell’argomento.
Oggi il liberismo è un semplice libero mercato, in cui lo stato è spettatore? Assolutamente no. Che cos’è quindi il liberismo oggi? Io lo definirei così:
“Il liberismo all’alba del 21° secolo è quella dottrina economica che ha come finalità da parte del grande capitale finanziario quella di soggiogare gli stati al proprio volere, e di trasformarli in armi per affossare la concorrenza e poter dominare lo scenario economico”
Questa è la mia visione di liberismo: lo stato chino dinanzi alla grande finanza speculativa, ai fondi d’investimento, alle multinazionali gigantesche, uno stato che legifera per far si che questi gruppi di potere diventino sempre più ricchi, sempre più forti, sempre più intoccabili.
Sostanzialmente è uno “statalismo privato” dove lo stato ha abdicato i suoi poteri in favore dei grandi gruppi multinazionali e dell’alta finanza, diventandone subalterno, dove le leggi sono fatte ad uso e consumo dei super ricchi, dove le lobby decidono vita, morte e miracoli della classe media, dove persino la banca centrale diventa un ente privato che decide autonomamente il destino dei popoli.
Economicamente non ci sarebbe nulla di più forte dello statalismo dove l’economia è sorretta dallo stato centrale che può generare ricchezza in maniera infinita e dal nulla grazie al supporto della sua banca centrale sotto il controllo del tesoro (la Cina ce lo insegna oggi, come ce l’ha insegnato quella prima repubblica tanto odiata ma che ci ha reso la 4° potenza economica del mondo nonostante fossimo un paese-colonia).
Quindi i grandi gruppi di potere privati hanno deciso di trasformarsi di fatto in stati sovranazionali, capaci di usare lo stato a proprio uso e consumo, di fatto sconfiggendo anche l’unico reale e pericolosissimo concorrente economico: quello che non basa la sua pianificazione sul profitto, poichè non ne ha necessità potendosi finanziare infinitamente con la sovranità monetaria.
Se ci pensate la sovranità monetaria è stata la prima caratteristica boicottata negli stati nazioni, prima sganciando le banche centrali dal tesoro (attraverso l’arma giudiziaria che eliminò Baffi in favore di Ciampi), rendendole indipendenti, poi addirittura rendendole enti privati (Federal Reserve, BCE) a cui è data in concessione la capacità di creare la ricchezza.
Nei paesi occidentali questa forma economica politica è perfettamente realizzata nello stato canaglia americano, dove il lobbismo è certificato e validato per legge, e che permette ai gruppi economici di far valere le proprie istante direttamente all’interno del parlamento americano.
Attualmente il liberismo per mantenere il suo potere opera secondo un assunto tanto semplice quando palese dinnanzi agli occhi di tutti, tanto che è stampato a caratteri cubitali nello statuto della BCE: la stabilità dei prezzi.
Per mantenere inalterato il loro status il gruppo di potere liberista ha come missione principe mantenere l’economia in stagflazione o deflazione, questo perchè come ho spiegato qui L’INFLAZIONE FA MALE AI RICCHI.
E per contenere l’inflazione occorre sopprimere la domanda interna perchè, come ho spiegato nell’articolo linkato sopra o in questo: LE CARRIOLE DEI SOLDI, l’inflazione è una funzione della domanda interna.
La domanda interna si sopprime sostanzialmente limitando i consumi, i quali si limitano facendo si che la gente non abbia soldi da spendere. In primis bisogna impedire allo stato di usare la leva della spesa pubblica, ma questo problema è già stato risolto attraverso la dominazione degli stati nazione da parte della finanza. Quindi occorre abbassare i salari (creando inoltre un moltiplicatore di guadagno) con tutti i metodi possibili, creando un eccesso di domanda di lavoro tramite un aumento dei disoccupati, importando manodopera straniera non qualifica, creando a tavolino disperati (vedasi la questione esodati che è stata scientemente pianificata) o facendo competere i lavoratori di un paese con quelli del resto del mondo attraverso la globalizzazione/delocalizzazione.
In quest’ottica pensate a qual è stata una delle prime manovre del governo Amato post Tangentopoli: LA CANCELLAZIONE DELLA SCALA MOBILE.
Tutto ciò ha contribuito a togliere i diritti sociali ai cittadini, e distraendo la popolazione con l’inutile quanto strumentale menata dei diritti civili in modo che non se ne accorga.
Questo circolo di disoccupazione, precariato, svalutazione dei salari, riduzione dei consumi, fa si che la domanda interna sia stabilizzata in valori che permettano ai signori dell’alta finanza di mantenere le loro ricchezze e il loro potere, drenando la ricchezza dalla popolazione con la distruzione della classe media, avendo così un ristretto gruppo di elité ultra abbienti, e gigantesche masse inermi di disperati, poveri e sfruttati, incapaci di uscire dalla loro condizione sociale.
Questa sostanzialmente io la definisco la “sudamericanizzazione” dei paesi occidentali.
Come ci si oppone a questo processo perverso che trasforma la società in un inferno in terra per le persone che la vivono?
Con il socialismo, o meglio con quello che deve essere il socialismo nel ventunesimo secolo.
Provando a dare una definizione terra-terra e super generalista del socialismo, possiamo di che esso è quell’insieme di politiche sociali ed economiche che hanno come obbiettivo la creazione di una società che restringe la forbice delle diseguaglianze verso l’alto, con un sentimento se non di uguaglianza, almeno di proporzionalità.
Nella storia ci sono state molteplici visioni di socialismo, culminate con l’era dei socialismi totalitari della prima metà del 900, ibridate con altrettante miriadi di indirizzi politici (addirittura quella menzogna del socialismo liberale).
Storicamente possiamo affermare che fino alla caduta del muro di Berlino le politiche d’estrazione socialista anche all’interno delle democrazie liberali hanno portato ad un aumento del benessere sociale, della crescita e consentito ad intere generazioni di sfruttare l’ascensore sociale.
Quello che le generazioni passate hanno potuto vivere negli anni 80 e 90 è sostanzialmente irripetibili all’attuale stato dell’arte dell’economia occidentale.
Un’economia basata interamente sul mantenere le persone entro un certo limite di ricchezza in modo che la domanda interna stagni e l’inflazione le faccia compagnia.
Quindi che cosa è il socialismo nel ventunesimo secolo?
Se osserviamo come il liberismo opera per verticalizzare la ricchezza dall’economia reale, la risposta può essere una sola:
LA DOMANDA INTERNA.
Non c’è nulla come l’attuare vere politiche per aumentare la domanda interna che porterebbe una redistribuzione socialista del benessere e della ricchezza.
Uscendo dagli stupidi e ridicoli schemi liberisti e dalle stronzate sul debito pubblico, iniziare una stagione di grandi investimenti pubblici che impattano sulla domanda interna ci farebbe uscire dalla crisi economica in pochissimi anni ritornando a livelli per 2000 molto facilmente.
I settori in cui è indispensabile l’intervento dello stato per ridare servizi o sicurezza al cittadino sono infiniti (si pensi al solo dissesto idrogeologico, o alla rete stradale e ferroviaria) e grandi campagne nazionali per la manutenzione o la creazione ex novo di infrastrutture genererebbero posti di lavoro, occupazione, crescita salariale.
Sembrano cose ovvie e scontate, banalità giusto? Semplice politica d’investimenti vecchia scuola.
Eppure proprio per questo sono osteggiate con tutta la loro forza dagli esponenti del sistema, la spesa pubblica viene ridotta ad un lumicino (che vuol dire impoverire le persone poichè la spese pubblica è in realtà la ricchezza privata), si parla solo della tenuta dei conti come se uno stato fosse la macelleria sotto casa che deve pagare le bollette.
Se pensiamo in quest’ottica notiamo il perchè Trump e le sue politiche sono così odiate e combattute dal sistema liberista principe, ossia quello americano: sono tutte politiche rivolte al sostentamento della domanda interna e alla riduzione della disoccupazione, il che fanno di Trump il presidente degli USA più socialista di sempre.
È questo che ha irritato così tanto le elite globali. Quell’impostazione così “normale”, quell’approccio “sensato” all’economia del paese, un interesse vero delle condizioni della classe media, quelle misure che REALMENTE hanno migliorato la vita di milioni di americani delle classi subalterne. Anche la costruzione del muro è domanda interna, perchè ha generato decine di migliaia di posti di lavoro.
Al contrario l’assurdità degli ultimi provvedimenti di Biden sulla pipeline e sulle perforazioni nel golfo del Messico in chiave ecologica, dovrebbero risultare risibili per un paese che ha devastato, e sta tuttora devastando, mezzo mondo per il petrolio con ogni guerra ed ingerenza. Ma diventano totalmente ovvie quando si pensa che hanno già generato qualche centinaio di migliaia di nuovi disoccupati che concorreranno al ribasso nei salari e nei consumi.
Per voi sembra assurdo vero?
“Ehi ma siamo in un economia di consumo perchè dovrebbe essere un male per i ricchi se la gente lavora?”
Chi si è arricchito a dismisura durante la crisi sanitaria e i lockdown mentre il popolo muore di fame?
PROPRIO LORO.
I signori della finanza, gli aguzzini della BigTech, i lord della globalizzazione, le banche d’affari che hanno speculato sui titoli di aziende che stavano morendo (vedasi la questione GameStop e ACM).
Non c’è nulla come la strumentazione sul coronavirus per riuscire a capire qual è il sistema di riferimento in questo determinato periodo. Basta seguire il solito adagio del B-movie poliziesco: SEGUITE I SOLDI.
Ora non resta da chiedersi, il socialismo del 21° secolo è attuabile, per poter salvare l’occidente da se stesso?
No, almeno finchè non vi sarà un reale cambiamento di chi tira i fili del sistema. Ma sfortunatamente, come la storia ci insegna, tale cambiamento non potrà mai avvenire attraverso un processo democratico in cui i super ricchi abdicano educatamente il loro potere dinnanzi alle scelte elettorali dei cittadini. Le ultime elezioni USA o il sovvertimento di decine su decine di elezioni d paesi del sudamerica credo che siano una dimostrazione sufficiente.
Solo il sangue e la violenza di un conflitto possono cambiare così drasticamente uno scenario come il nostro. E un paese come l’Italia che ha tradito tutto e tutti negli ultimi 200 anni non credo abbia la forza e la dignità di opporsi coeso contro i mostri del liberismo.
Semplicemente si venderà al prossimo signore di turno saltando sul primo carro del vincitore che passa di qua, per spartirsi gli ultimi brandelli di carne rimasti sulla carcassa dello stato italiano.
AOC si dispera dinnanzi al parcheggio del Lidl… ehm campo di concentramento minorile per latinos
Ehi vi ricordate i campi di concentramento per bambini messicani di Trump, che in realtà aveva creato Obama, per cui la Ocasio-Cortez fece quel magnifico servizio fotografico fintissimo davanti ad un parcheggio casuale?
Ora che c’è Biden diventano magicamente “overflow facility”, ossia centri di recupero.
Vedete come le cose diventano migliori quando non ci sono i buoni al potere?